venerdì 30 marzo 2012

Capolavori inediti di natura morta napoletana

4/2/2010

Presentiamo una decina di splendidi dipinti transitati sul mercato o in aste internazionali negli ultimi anni, che accrescono le conoscenze sulla natura morta napoletana, evidenziandone l’alto livello che le permise di gareggiare alla pari con i più celebri specialisti nordici.
Luca Forte è giustamente considerato tra i padri fondatori del genere a Napoli ed anche se poco conosciamo della sua vita, il suo catalogo è relativamente folto e la critica, avendo imparato a riconoscere il suo stile, è oggi in grado di identificare nuovi esempi in passato attribuiti ad altri artisti.
La tela in esame Fichi, mele, vaso con fiori e farfalla (fig. 1) richiama a viva voce altre famose composizioni del pittore, dalla Natura morta con tuberosa della Galleria d’arte antica di Roma al Mele e pere del museo Duca di Martina di Napoli ed alla Natura morta con frutta ed uccelli del Ringling museum di Sarasota.
La collocazione cronologica dell’opera, caratterizzata da un marcato chiaroscuro e da una notevole resa naturalistica, è da situare intorno al quinto decennio del secolo.
Giuseppe Recco cominciò la sua attività dipingendo pesci, fiori e dolciumi con grande rigore naturalistico per passare poi ad una fase barocca e decorativa sotto l’influenza di Abraham Brueghel e dei Ruoppolo ed a questo periodo appartiene questa spettacolare tela, Tre vasi con fiori su di un tavolo ed un cagnolino (fig. 2), un vero e proprio trionfo floreale raccolto in tre splendidi vasi elegantemente decorati, un omaggio alla produzione del padre Giacomo e dei Maestri dei vasi a grottesche. Due limoni posti sul tavolo ed un mansueto cagnolino completano la composizione che richiama la famosa Natura morta di frutta e fiori della Galleria Paolo Sapori di Spoleto.

Sempre di Recco abbiamo poi uno splendido dipinto (fig. 3) nel quale oltre a dei fiori sgargianti è in bella mostra un piatto metallico nel quale si legge la sigla dell’artista, dei bicchieri ed uno scorcio di tappezzeria rossa, un’altra delle specialità dell’artista, un vero eclettico, anche se la sua fama è principalmente legata ai temi marini, dove raggiunse l’apice della sua abilità, riuscendo a fissare sulla tela il delicato trapasso tra la vita e la morte.

Belvedere è senza dubbio il più talentuoso dei fioranti napoletani, egli si ispira inizialmente ai dipinti di Paolo Porpora ed in seguito all’attività giovanile di Giuseppe Recco. Negli ultimi decenni del secolo i suoi referenti divengono Brueghel e Giovan Battista Ruoppolo dai quali deriva il gusto per l’opulenza e la fastosità, oltre che per una tavolozza accesa e multicolore, come nella tela in esame(fig. 4) nella quale dominano varie tonalità di rosso ed i fiori affollano la composizione dando l’impressione di un esasperato horror vacui. In  questo altro quadro (fig. 5) compare sullo sfondo un lontano panorama, mentre la coppia di vasi di cristallo (fig. 6 – 7) possiamo ritenerla, per la precisione ottica più accentuata, un’opera giovanile di altissima qualità.




Le due tele successive (fig. 8 – 9) vanno collocate nell’ambito dell’attività di Giovanni Quinsa, un artista, probabilmente spagnolo, con pochi quadri certi che opera in area napoletana una fusione tra la cultura figurativa spagnola ed il primo caravaggismo di un Luca Forte, con i suoi piani di appoggio, il rigore compositivo e il luminismo naturalistico fortemente accentuato. Egli costituisce, secondo il Causa, un tramite per la formazione di Giovan Battista Recco ed uno stimolo a guardare non solo ai nordici, ma anche verso la Spagna.


Vi è poi da esaminare una splendida collaborazione (fig. 10), secondo la scheda del catalogo Sotheby’s, tra Giordano e Brueghel, a mio parere tra Giovan Battista Ruoppolo ed un ignoto collaboratore per la figura. Il dipinto dall’imponente impianto scenografico mostra una vera e propria cascata di uva dai colori vivaci ed appetitosi, con un trattamento sontuoso della materia pittorica, una caratteristica corrente nelle opere del Ruoppolo a partire dal nono decennio del secolo, quando egli aderisce alle soluzioni apertamente barocche introdotte da Mario Nuzzi, Michelangelo da Campidoglio e Abraham Brueghel.

Vi sono poi due splendidi esempi di Paolo Porpora, due gioielli di piccole dimensioni e di grande qualità. Nel primo (fig. 11), databile intorno al 1650, il pittore mette in contrasto la brillantezza del contrasto con l’esuberanza dei fiori, mentre una farfalla svolazza leggera ad annusare il profumo ed una lucertola con un millepiedi sono immobili sul piano di appoggio. Nel secondo (fig. 12) su di una roccia sono posati numerosi fiori multicolori, definiti minuziosamente con una scrupolosa indagine del dato naturale nell’andamento delle luci e delle ombre, che isolano i singoli fiori, evidenziandone i caratteri specifici e la consistenza dei petali e determinando accensioni cromatiche di grande effetto.


Una Natura morta con aragosta (fig. 13), già nota alla critica, in collezione privata a New York e precedentemente assegnata a Giuseppe Recco, transitata recentemente in asta è tornata sotto l’attenzione degli specialisti, che hanno preferito trasferirla nel catalogo dello zio Giovan Battista per cogenti raffronti verso due sue opere certe: la Natura morta di pesci del National museum di Stoccolma e Pesci ed ostriche del museo di Besancon.

E concludiamo con un’aggiunta all’esiguo catalogo di Paolo Cattamara, un allievo di Paolo Porpora, una Natura morta con fungo, biscia, rospo e farfalla en plein air (fig. 14) che richiama a viva voce la sua opera principale il Fungo, farfalla e quaglia del museo di Strasburgo. Il fungo di grosse dimensione diventa il protagonista personificato dell’immagine e presenta un vigore nei contrasti di luce ed una materia pittorica ricca di pigmenti corposi  meno calligrafica di quella del suo maestro.

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