martedì 22 novembre 2011

Mario Monti


Finalmente un governo tecnico incaricato di assumere provvedimenti poco graditi senza dover temere il giudizio degli elettori: patrimoniale,aumento dell'età in cui andare in pensione,una seria lotta all'evasione fiscale e tra questi,ormai indifferibile ed invocato anche dal nostro saggio Presidente Napolitano, un 'amnistia ed un indulto, che sfollino le carceri dove il sovraffollamento ha creato condizioni di invivibilità che nemmeno Dante ha immaginato per i suoi gironi infernali.
i detenuti non sono bestie e con i lori amici e parenti pregano che un tale provvedimento venga varato, e sono tanti, tutti gli uomini di buona volontà

lunedì 21 novembre 2011

MONNEZZA

correva l’anno 2006 quando decisi di raccogliere in un volume: Viaggio nella spazzatura campana le mie riflessioni sul tema dei rifiuti, che avevano già trovato eco in un capitolo di Gomorra dedicato all’argomento. Il libro da tempo esaurito (ma consultabile sul web) ebbe un discreto successo e tradotto in inglese suscitò l’interesse di alcune importanti aziende del settore, che avevano messo a punto un sistema al plasma sperimentato attraverso le ricerche spaziali della NASA. Esse mi contattarono perché volevano offrire le loro scoperte agli amministratori regionali ed una di esse era disposta ad investire 200 milioni di dollari in cambio dello sfruttamento della spazzatura napoletana per alcuni anni.

Mi attivai tramite le mie conoscenze politiche per far pervenire l’offerta nelle sedi competenti e volete sapere come andò a finire? Bene, lo vorrei sapere anche io, visto che non ricevetti mai risposta, perché la parola gratuitamente spaventò coloro che sono abituati a lucrare tangenti su ogni appalto. Sono passati cinque anni e nulla è cambiato se non in peggio: i sacchetti rimangono in strada e chi protesta per il diritto alla salute propria e dei propri familiari è ancora una volta un “brigante” da manganellare.

La gente è stanca di essere  privata di tutto anche dell’aria che respira. Non vuole essere sommersa da cumuli di spazzatura ed ammalarsi di cancro. Eppure a ragioni legittime si risponde con i reparti della polizia in stato di assedio e i diritti più elementari come la dignità umana sono ridotti a un cumulo di monnezza da buttare nelle discariche. Ma dove si trovano queste discariche? Vicino a centri abitati e quando non c’è più spazio, qualcuno pensa di utilizzare il parco naturale del Vesuvio, un’oasi di straordinaria bellezza, come  un immondezzaio a cielo aperto. Le discariche per la gente del sud sono diventate delle camere a gas. Le stesse che i tedeschi usavano per mandare a morire milioni d’ebrei. Eppure la UE aveva già ammonito l’Italia per questo problema dilagante e ora giustamente nega i finanziamenti già stanziati, se il governo non risolverà la questione, anzi minaccia gravi sanzioni Siamo diventati i Pulcinella del mondo grazie a come siamo stati e siamo governati. La nostra nazione si sta sbriciolando:erosione delle coste, inquinamento ambientale, abusivismo edilizio e invece di correre ai ripari ascoltando le proteste legittime della gente, si pensa di risolvere le questioni a colpi di manganello.

http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo23/articolo.htm

Achille Lauro superstar




un libro,"Achille Lauro superstar", su un napoletano doc ingiustamente dimenticato, nonostante sia stato per decenni sindaco plebiscitario, grande imprenditore ed il più famoso e ricco armatore al mondo di tutti i tempi.
La rilettura storica di Lauro non è fatta da destra e di ciò è garante la fede politica dell'autore, Achille della Ragione, da sempre militante radicale, il quale, nella prefazione, definisce Berlusconi un clone del Comandante. Ed il Nostro eroe, di rincalzo, in una spiritosa intervista impossibile, definisce il Cavaliere il suo miglior allievo"Egli non ha fatto che copiarmi: televisioni, giornali, una squadra di calcio e tanta, tanta pubblicità".
Achille della Ragione, valente ginecologo, è un personaggio poliedrico, attivo in più campi dalla critica d'arte all'agonismo scacchistico. Egli, da anni impegnato a rivisitare concittadini scomodi, ha cercato di sdoganare il Comandante dalla sua sinistra fama, legata alla stagione del sacco edilizio e di "Mani sulla città", dimostrando, con numerosi ed inediti dati documentari, che la grande cementificazione selvaggia non avvenne negli anni in cui Lauro fu sindaco, bensì durante i trenta mesi della reggenza Correra , il famigerato commissario prefettizio inviato dal potere centrale a punire la città che votava monarchico.
Un altro capitolo di grande interesse è quello dedicato al crac della flotta con i conseguenti processi da poco terminati, che hanno interessato personaggi di primo piano (armatori, imprenditori, politici, faccendieri), che possono oggi agire liberamente grazie al complice silenzio dei mass media e che nel libro vengono coraggiosamente indicati con tanto di nome e cognome.
Il libro, scritto con la severità dello storico, ma ricco di aneddoti che rendono la lettura scorrevole ed avvincente, come ad esempio, il capitolo dedicato alla leggendaria esuberanza sessuale di don Achille, è già in seconda edizione a pochi giorni dall'uscita, grazie ad una coraggiosa politica editoriale: consultabile gratuitamente su internet http://digilander.libero.it/achillelauro/indice.htm 

ISSO, ESSA E O MALAMENTE, L’EPOPEA DELLA SCENEGGIATA



La sceneggiata è una forma di rappresentazione popolare che alterna il canto con la recitazione su toni drammatici, che si sviluppa a Napoli tra gli anni Venti e Quaranta del Novecento sulle ceneri del cafè chantant

Lo spettacolo si basava su una canzone di grande successo, da cui la sceneggiata derivava il titolo ed attorno al tema musicale veniva costruito un testo teatrale in prosa.
La nascita del genere è legata ad un motivo fiscale, perché furono istituite delle tasse sulle canzonette, mentre il prelievo sugli spettacoli teatrali era più basso, ciò indusse alcuni autori a scrivere commedie sul testo di canzoni famose.

Uno dei primi spettacoli fu Pupatella nel 1918, basata sulle parole di Libero Bovio e legata ai temi tradizionali del tradimento e della malavita.
Si affermarono alcune compagnie specializzate, come la Cafiero Fumo, che mise in scena nel 1920 Surriento gentile di Enzo Lucio Murolo, al quale si deve l’escamotage di aggirare la tassa sugli spettacoli di varietà con la creazione di spettacoli misti con recitazione drammatica e canzonette. Nella celebre compagnia lavorarono anche D’Alessio, Maggio, Taranto, Sportelli e Trottolino, mentre alcuni teatri divennero dei veri tempi del genere, come il Trianon ed il San Ferdinando.
Oltre ai protagonisti vi era sempre uno stuolo di caratteristi, a volte molto bravi, che concorrevano al trionfo del bene sul male ad opera della giustizia divina o per il decisivo intervento dell’eroe vendicatore.

La sceneggiata ebbe grande successo all’estero tra gli emigranti e leggendaria si staglia tra gli interpreti attivi a New York nella comunità di Little Italy la figura di Gilda Mignonette, la regina degli emigranti e il testo ‘O Zappatore, con accenti fortemente sociali ed ambientata in parte proprio negli Stati Uniti o Guapparia, un vero e proprio decalogo ad uso di uomini d’onore.
All’inizio si sfruttavano canzoni famose, spesso di Libero Bovio, e su questa si creava la trama della sceneggiata, in seguito si lavorò all’inverso: scrivendo di sana pianta il soggetto per trarne eventualmente vantaggi con la vendita dei dischi.
Il pubblico si entusiasmava ascoltando i dialoghi stereotipati dei protagonisti e saliva sul palcoscenico in massa per fermare le gesta del cattivo, prima che a fare giustizia ci pensasse isso, l’eroe, il guappo buono. Talune volte invece obbligava gli attori ad un bis della scena finale, quella nella quale il cattivo veniva ucciso, per cui il ”fetentone” era costretto a rialzarsi e, dopo improperi e colluttazioni, a farsi sparare di nuovo.

Il genere lentamente perse il suo contatto con l’anima del pubblico e venne poco rappresentato, fino agli anni Settanta, quando vi fu una certa ripresa grazie a Mario e Sal Da Vinci a Pino Mauro, Nino D’Angelo, ma soprattutto a Mario Merola, dominatore assoluto del Teatro 2000 e protagonista anche di numerose trasposizioni cinematografiche.
Mario Merola l’eroe della sceneggiata

I canoni sui quali si articolavano le trame ruotavano intorno a temi fissi: l’amore, il tradimento, l’onore, sintetizzato in alcune figure fondamentali: isso, l’eroe positivo, essa, la donna agognata e ‘o malamente, il cattivo ed altre parti minori come ‘a mamma, ‘o nennillo e ‘o comico.
La donna è vista costantemente in un’ottica maschilista, pronta sempre a tradire ed in grado di riscattarsi solo come mamma.

Gli stessi archetipi si trasferiscono sullo schermo negli anni Settanta ed il successo di pubblico si rinnova, anzi la moltiplicazione degli spettatori insita nel nuovo mezzo di diffusione permette l’acquisizione di un numero di fan ancora più alto.
Le pellicole utilizzano gli stessi ingredienti della sceneggiata classica: l’ingiustizia subita, l’onore ferito, l’amore contrastato, il tradimento della donna, i pianti, i duelli, il sangue che sgorga a fiotti ed alla fine il buono che prevale sul cattivo, un topos universale che pervade la letteratura anche colta dalla notte dei tempi, fino alle moderne rivisitazioni del mito tipo Batman, 007 e simili.
Il ritmo drammatico della sceneggiata, sia essa teatrale o cinematografica, si attaglia perfettamente alla cultura napoletana dominante, che ieri come oggi, è stata quella della plebe con i suoi arcaici riti di sangue ed il modo sbrigativo, ma a volte efficace, di amministrare la giustizia.

Sarà Mario Merola ad incarnare, nonostante la mole poderosa ed il volto di innocuo bamboccione, il mito dell’eroe vendicatore, del camorrista giustiziere, del guappo buono, travasando dai legni dei teatri di periferia alla gloria della celluloide, che ancora si riverbera, dopo oltre trenta anni, sulle emittenti private campane, che imperterrite, quotidianamente, ripropongono le gemme… della sua produzione da I contrabbandieri di Santa Lucia a Napoli serenata calibro 9, dall’esplicativo sottotitolo: I mandolini suonano, le pistole cantano.

Sono film che costituiscono un sottogenere, a metà strada tra il poliziesco americano e la classica storia di camorra, un filone che contagerà anche altre città, a partire da Milano, ma le pellicole napoletane rimarranno le più intriganti.

Un altro protagonista di queste cine sceneggiate sarà Pino Mauro con il suo mitico I figli non si toccano impregnato di retorica e di antiche consuetudini dell’onorata società; egli veste i panni di un vendicatore ancora più spietato ed avrà anche lui il suo pubblico affezionato, pur senza raggiungere il successo di Merola, in versione contrabbandiere o meglio ancora a bordo di una scalcinata 127, in grado di seminare le Alfa Romeo dei carabinieri o di caracollare audacemente su un treno merci, facendo perdere le proprie tracce.

Indimenticabili le sue rivisitazioni del celebre Zappatore, un’icona idolatrata a lungo anche dagli intellettuali di sinistra, gli stessi che in passato avevano massacrato i film di Totò. Le scene più commoventi dei suoi film venivano accolte dal pubblico in delirio con applausi scroscianti.
Negli ultimi anni l’attore era spesso malato e costretto a ricoveri i ospedale, che veniva letteralmente invaso dai suoi sostenitori, appartenenti a quel sottoproletariato degno erede della plebaglia seicentesca del vice regno spagnolo.

Nel 2006 ai suoi funerali vi era mezza città, la Napoli dei vicoli e delle periferie degradate, a mostrare l’egemonia della sua sottocultura e ad urlare a tutto il mondo orgogliosa: questa è Napoli e Napoli siamo noi.

sabato 19 novembre 2011

MEDITAZIONI SUL LAVORO

Ripensare al ruolo del lavoro, liberi dalle categorie ottocentesche

In questo articolo propongo ai lettori alcune meditazioni sul tema del lavoro prese dal relativo capitolo del mio libro “Stato, lavoro, denaro, benessere, felicità” in uscita con Mondadori. Si tratta di spezzoni di articoli, relazioni, lettere al direttore e frammenti di conversazioni con esperti del settore come Bertinotti, Terni o Conway.
fig. 01 - Pelizza da Volpedo - Il quarto Stato
Molti hanno del lavoro ancora una visione fuorviata dalle categorie ottocentesche (fig.01 “Pelizza da Volpedo - Il quarto Stato”), invece è necessario riformularne le coordinate, perché sul lavoro si gioca il futuro del mondo, il quale una volta si divideva semplicemente in ricchi e poveri (fig. 02), mentre oggi, ed in futuro il divario sarà sempre più accentuato, tra chi ha un lavoro e chi non lo ha.
fig. 02 - Cammarano - Ozio e lavoro

Negli ultimi decenni abbiamo osservato in tutti i Paesi occidentali come, sul totale della ricchezza prodotta ogni anno, la quota che va a remunerare il lavoro è scesa in percentuale di molti punti, conquistati da quella che va a remunerare il capitale.
Naturalmente queste variazioni sono l’esito di macchinari sempre più costosi, che svolgono una parte dei compiti prima affidati all’uomo; un contadino o un pescatore, l’uno con la zappa l’altro con l’amo e la canna, producevano solo per il loro lavoro, mentre un moderno impianto con tecnologie avanzate (fig. 03) produce in proporzione al capitale investito. La conferma si è avuta quando sulla questione Fiat, discutendo del costo del lavoro, qualche impertinente ha fatto notare che quest’ultimo incide solo per il 7% nel determinare il prezzo di un’automobile.
fig. 03 - Catena di montaggio

Prima o poi la produzione di beni, ma anche di servizi, non avrà bisogno del lavoro. Sorgerà allora il drammatico problema di dividere equamente la ricchezza, basterà un governo sovranazionale, possibilmente illuminato, a risolvere equamente la questione?
Il lavoro solo di recente ha assunto una posizione centrale nella società, infatti in passato esso era affidato agli schiavi ed ai servi della gleba, mentre alcune religioni lo consideravano un modo per espiare le colpe (lavorerai con gran sudore!). Il cristianesimo lo ha parzialmente cominciato a rivalutare con san Benedetto e la sua regola:ora et labora e solo con Lutero prima e con Calvino poi è divenuto un modo per riscattarsi e procurarsi meriti per l’aldilà. In seguito tra lavoro e potere si è creato un collegamento sempre più stretto con la crescita del ruolo delle classi borghesi ed operaie e lavorare è divenuto, oltre che il mezzo per procacciarsi denaro allo scopo di migliorare il proprio tenore di vita, anche una leva per costruire e consolidare la democrazia.
A metà del secolo scorso il capitalismo sembrava avesse risolto gran parte della questione sociale, perché lo sviluppo dell’economia non si era incamminato nello sfruttamento sistematico del fattore lavoro, una delle minacce paventate dal marxismo, bensì le retribuzioni crescevano parallelamente all’aumento della produttività, senza intaccare i profitti del capitale ed i lavoratori progressivamente miglioravano il loro livello di vita, integrandosi armonicamente nel tessuto sociale.
A questa situazione si era pervenuti non certo automaticamente, ma soltanto in virtù della formazione di un potere sindacale (fig. 04) solido, in grado di sostenere alla pari i rapporti di forza tra capitale e lavoro.
Tutto questo è venuto meno con la liberalizzazione nella circolazione dei capitali e la conseguente globalizzazione dell’economia, che permette alle imprese di trasferire la produzione dove il costo del lavoro è più basso ed il potere sindacale inesistente o debole, circostanza che permette di rendere vani i diritti dei lavoratori faticosamente conquistati dopo decenni di lotta.
fig. 04 - Manifestazione sindacale

Un altro fattore non trascurabile che ha influito nel modificare il mercato del lavoro è stato la scomparsa di quella invisibile, ma consistente barriera, tra capitalismo avanzato occidentale ed economie sottosviluppate del terzo mondo, circostanza che ha messo in concorrenza i lavoratori di diversi Paesi, scatenando una corsa al ribasso nelle remunerazioni.
Il ruolo ed il peso economico di interi gruppi sociali è andato progressivamente declinando, mentre la quota di ricchezza che remunera il lavoro è andata progressivamente diminuendo a favore di quella che remunera il capitale. Nello stesso tempo vi è sempre meno bisogno del fattore lavoro per produrre la stessa, se non maggiore, quantità di beni e servizi.
Nella nostra società la dignità del lavoro ha goduto sempre della massima considerazione e la perdita del suo valore economico ha mortificato anche il suo valore morale e sociale, mettendo in crisi le stesse fondamenta su cui si basano le nazioni occidentali. Il lavoro non è visto soltanto come mero mezzo per procacciarsi del denaro, con il quale acquistare dei beni, ma anche come segno di distinzione e di collocazione nel tessuto sociale.
Esiste un rapporto diretto tra libertà del lavoro e democrazia è lì che si aperta tempo fa la prima crepa nell’assolutismo del potere e probabilmente è proprio lì che potrebbe richiudersi.
L’unica via per sottrarsi a questa concorrenza spietata che in breve lasso di tempo vedrà trasferirsi nei paesi terzi gran parte delle produzioni è un forzato ritorno al protezionismo. L’alternativa è accettare un vertiginoso aumento della disoccupazione ed una estrema precarietà nella durata dei contratti ed una sempre più bassa remunerazione del lavoro.
Vi è anche un’altra possibilità, difficile da percorrere e che può in ogni caso riguardare una piccola quota di lavoratori: specializzarsi in attività ad elevato contenuto di tecnologia e competenza oppure indirizzare le risorse verso settori ad alto benessere sociale. Per essere più espliciti favorire attraverso opportune tassazioni la costruzione di autobus e treni invece che automobili o scooter, o meglio ancora meno telefonini e più investimenti nell’istruzione. Sarebbe necessario che la politica riprendesse il controllo dell’economia, un’ipotesi in controtendenza con l’andazzo attuale che vede la finanza dominare il mondo rendendo vane e risibili le decisioni dei governi. Una riorganizzazione delle scelte consumistiche e degli obiettivi di una società incrinerebbe anche il dominio della concorrenza tra i produttori ed il martellamento della pubblicità, che ci spinge ad acquistare beni e servizi dei quali non abbiamo alcun bisogno.
Sindacalisti e politici affermano continuamente che il lavoro è un diritto. L’affermazione è una vecchia litania populista, demagogica e gravemente fuorviante che non ha alcun fondamento. Il lavoro, quello che consente di creare ricchezza lo creano le imprese le quali ovviamente non hanno alcun dovere. La nostra Costituzione nell’affermare che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro indica un obiettivo che tutte le istituzioni e le parti sociali, ognuna nel proprio ambito di competenze devono porsi. Di conseguenza se il lavoro fosse un diritto ogni disoccupato avrebbe pieno titolo di perseguire, in tutte le sedi possibili, non esclusa quella giudiziaria, chi questo diritto gli nega, già ma chi?

Il lavoro precario: maledizione o necessità?

Il lavoro precario è una maledizione (fig. 05) per i giovani, i quali non hanno più punti fermi che permettano di fare progetti per il futuro: formarsi una famiglia, fare dei figli, comprarsi una casa con un mutuo, godere un domani della pensione.
fig. 05 - Il lavoro come maledizione

In passato anche il Papa ha fatto sentire la sua autorevole voce sul problema, ma purtroppo, più che lamentarsi del fenomeno, non è riuscito ad avanzare alcuna proposta risolutiva. Molti credono che il lavoro precario sia una triste prerogativa dell’Italia, viceversa esso è una regola in tutti i paesi europei, per non parlare degli Stati Uniti, dove la estrema mobilità del lavoro è considerata la ricetta dello sviluppo economico.
La scuola fino a quando il problema non avrà trovato una soluzione dovrà impegnarsi a fornire ai giovani una preparazione multidisciplinare, in previsione che, nel corso della vita, siano costretti più di una volta a cambiare completamente tipo di attività. Lo Stato ed i sindacati devono impegnarsi ad elaborare e rispettare una legislazione che preveda la possibilità reale di licenziamento per giusta causa, allo scopo di sfatare il pregiudizio (in gran parte vero) che un datore di lavoro che assuma un dipendente lo debba assumere a vita. Bisogna convincersi che una strenua difesa del lavoro comporta una palpabile penalizzazione per chi lo cerca.
Gli economisti debbono spiegarci se la precarietà è una condizione favorevole dello sviluppo economico e prospettarci modelli alternativi, nei quali un maggiore rispetto dei diritti del lavoratore sia compatibile con un incremento della produzione.
I politici debbono recepire la gravità del problema e, coraggiosamente, proporre soluzioni anche contro i poteri forti, spesso sopranazionali e sempre onnipotenti. Il loro compito è il più gravoso e necessita di un grosso appoggio per evitare il senso di solitudine delle scelte decisive, in mancanza delle quali non esisterà un futuro, non solo per i giovani ma per la nostra civiltà.

Lavorare è necessario?

Il progresso scientifico e l’automazione (fig. 06) negli ultimi anni hanno fatto sì che, con una quota minore di lavoro, si riesca a produrre una maggiore quantità di beni e servizi, una cosa certamente positiva che nel tempo potrà liberare l’uomo dalla maledizione biblica di essere costretto con gran sudore a procacciarsi il necessario per vivere. Paradigmatico è l’esempio di quanto produce un contadino americano ed uno africano: il primo grazie ai fertilizzanti, alla cospicua irrigazione ed all’uso di macchinari riesce a produrre quanto cento dei suoi colleghi africani, per cui, ipotizzando che in futuro anche loro potranno usufruire degli stessi accorgimenti, fra non molto il lavoro di uno solo potrà bastare a produrre il cibo per gli altri 99, i quali potranno anche non lavorare, se però colui che produce sia disposto a dividere con gli altri il frutto del suo lavoro. E qui nascono le difficoltà forse insormontabili per l’egoismo dell’uomo, probabilmente bisognerà creare una rotazione nel lavoro: un giorno ogni cento. Una prospettiva allettante che invita però alla meditazione sulla sua fattibilità, dopo che per anni abbiamo ascoltato l’utopico slogan “lavorare meno lavorare tutti”. In numerosi altri campi la riduzione del lavoro è stata massiccia, mentre il prodotto ha continuato ad aumentare senza sosta, riuscendo a soddisfare gli scriteriati bisogni crescenti di una civiltà dominata dall’imperativo categorico di consumare, consumare ed ancora consumare.
fig. 06 - Robot al lavoro

Non è ipotesi fantascientifica immaginare un mondo nel quale il lavoro non sarà necessario (fig. 07) ed i beni ed i servizi necessari saranno realizzati dalle macchine e dai robot. Il problema drammatico sarà costituito dalla distribuzione dei prodotti, venuto meno anche l’uso del denaro o quanto meno del modo per procacciarselo al quale siamo abituati. Ed a complicare ulteriormente il quadro vi è il moloch della globalizzazione, che annulla le decisioni e le volontà non solo dei cittadini, ma degli stessi Stati, impotenti davanti al potere cieco delle multinazionali.
Potremo in futuro, quanto prima, liberarci dal fardello del lavoro, ma dovremo affrontare e risolvere una serie di non facili problemi: distribuire equamente la ricchezza e creare una reale uguaglianza tra nazioni e cittadini. Un compito arduo ed affascinante che dovrà essere l’obiettivo delle nuove generazioni.
fig. 07 - Lavoratori sul lastrico.

villaggio globale



Oggi viviamo in un villaggio globale. Le informazioni circolano in tempo reale dovunque, anche nel terzo mondo. I nostri penitenziari però appartengono purtroppo al quarto mondo.

Tra i provvedimenti a costo zero, che migliorerebbero sensibilmente la vita dei detenuti, vi potrebbe essere la possibilità di ricevere ed inviare mail a parenti ed amici.

I telegrammi costano tanto (ben pochi possono permetterseli) ed arrivano dopo giorni. I colloqui sono per molti impossibili. Pensiamo agli stranieri, che costituiscono oramai il 40% della popolazione carceraria e sono in continuo aumento, i quali non vedono per anni un familiare, mentre con Skype potrebbero vedere i loro volti. Naturalmente la posta elettronica in arrivo ed in partenza (a differenza di quella tradizionale) potrebbe avere il filtro di uno scrivano.

Quante volte vi è la necessità improcrastinabile di contattare un legale o si vive nell’angoscia per un familiare gravemente ammalato?
Senza sognare amnistie o indulti ogni detenuto potrebbe rimanere in contatto con i propri cari, l’unico rimedio veramente efficace che conosco per sopportare la solitudine e la sofferenza.

giovedì 17 novembre 2011

Gentile signora Balivo,


sono un suo conterraneo, potrei essere suo nonno e leggo con interesse la sua rubrica, molto seguita dai giovani, che però le sottopongono quasi sempre problemi legati alla fase dell’innamoramento, transitoria e non dell’amore, quel sentimento misterioso e sublime, il più bel dono che ci ha fatto il Creatore, il quale può sfidare la caducità della materia e durare in eterno.

Vorrei rendere nota ai suoi lettori la mia esperienza.
Ho avuto la fortuna di incontrare una donna unica Elvira e da 40 anni condividiamo la buona e la cattiva sorte, osservando scrupolosamente la promessa che ci scambiammo sull’altare.
In passato ci sono state tante gioie: agiatezza economica, figli, nipoti, la salute, ma poi su di noi ha imperversato un destino avverso fatto di malattie e di traversie giudiziarie. Ma il nostro amore non ha conosciuto crisi: ieri presentazioni di libri a Montecitorio, la partecipazione attiva nel bel mondo della società e della cultura, oggi una ben diversa realtà.
Ma Elvira non mi ha mai lasciato, né in sala di rianimazione, né oggi, che, ingiustamente condannato, sono costretto come un leone in gabbia, a trascorrere il resto dei miei giorni nel buio di una cella.
Grazie all’amore e grazie ad Elvira.
Achille